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Disaster Recovery Plan: 7 errori comuni che minacciano la sicurezza in azienda

tempo lettura: 5 minuti
23 aprile 2026
| Cybersecurity

Sommario

    Un sistema di backup è fondamentale, ma potrebbe non bastare se manca un Disaster Recovery Plan efficace.

    Molte aziende italiane hanno sistemi di backup attivi per i loro dati, ma non hanno un piano per il Distaser recovery (DRP). Il risultato è che, quando qualcosa va storto, faticano a ripristinare l’operatività nei tempi richiesti dal business. Il problema non è tecnico, ma organizzativo: il backup va bene backup, ma serve anche un piano strutturato per gestire un’emergenza.

    Ed è qui che nascono gli errori più critici. Ad esempio:

    • pensare che copiare i dati su un disco esterno sia sufficiente
    • non calcolare quanto costa un’ora di fermo macchina (prima di decidere gli investimenti)
    • non testare mai le procedure di ripristino.

    Senza un piano adeguato per il Disaster recovery, quando arriva l’emergenza, le aziende scoprono improvvisamente che il backup è corrotto, che i tempi di recupero sono incompatibili con il business o che manca una copia off-site.

    Questi errori di disaster recovery sono evitabili, ma richiedono una pianificazione strutturata e una valutazione concreta dei rischi.

    Perché serve un Disaster Recovery Plan, non solo un backup

    Nel 2025 l’Italia ha subito 507 attacchi informatici gravi, con un incremento record del 42% rispetto all’anno precedente, secondo il Rapporto Clusit 2026. Il nostro Paese raccoglie il 9,6% degli incidenti globali e continua a essere un bersaglio critico, specialmente nel settore manifatturiero, dove il 16% degli attacchi mondiali di categoria ha coinvolto aziende italiane.

    Nonostante la presenza di sistemi di backup, molte delle imprese colpite hanno subito interruzioni operative prolungate e perdite di dati, a conferma di come le sole contromisure tradizionali non siano più sufficienti contro minacce sempre più sofisticate, spesso potenziate dall’intelligenza artificiale.

    Il backup dovrebbe essere solo una parte di una strategia di backup aziendale: rappresenta una copia dei dati, ma non garantisce la continuità operativa.

    Un Disaster Recovery Plan (DRP), invece, definisce come ripristinare i sistemi, in quanto tempo, con quali priorità e chi è responsabile di ogni azione. Un piano efficace risponde a domande precise: quanto tempo possiamo restare fermi prima che il danno diventi critico? Quanti dati possiamo permetterci di perdere? Chi interviene in caso di emergenza? Quali sistemi vanno riattivati per primi? Senza risposte chiare a queste domande, anche il backup più affidabile rischia di non essere sufficiente.

    I 7 errori più comuni di un Disaster Recovery Plan inefficace

    Questi sono gli sbagli più frequenti che compromettono l’efficacia di un DRP, con conseguenze concrete sulla capacità di ripresa dell’azienda anche a livello di business continuity.

    1. Credere che il backup locale sia sufficiente

    Il backup locale molto spesso crea falso senso di sicurezza.

    Molte aziende copiano i dati su un disco rigido esterno o su un NAS, convinte che questo sia sufficiente. Il problema è che un incendio, un’alluvione, un furto o un attacco ransomware possono colpire sia i sistemi principali che il backup locale. La regola del 3-2-1 è chiara: tre copie dei dati, su due supporti diversi, di cui una offline o in Cloud. Senza questa ridondanza, il disaster recovery resta esposto agli stessi rischi che minacciano i dati principali.

    2. Ignorare i tempi di ripristino (RTO/RPO)

    Avere un backup non significa essere in grado di ripristinarlo rapidamente.

    L’RTO (Recovery Time Objective) indica quanto tempo l’azienda può restare ferma prima che il danno diventi critico. Se il tuo RTO è di quattro ore ma il ripristino richiede tre giorni, il piano non è adeguato.

    Discorso analogo per l’RPO (Recovery Point Objective), che definisce la quantità massima di dati, misurata in termini di tempo, che un’azienda può permettersi di perdere: la frequenza del backup determina la quantità di dati che potrebbero andare persi in caso di disastro. Se il backup viene eseguito ogni ora, i dati prodotti nell’ultima ora potrebbero non essere recuperabili. I dati particolarmente sensibili richiedono un RPO quasi in tempo reale. RTO e RPO servono a definire obiettivi realistici e a calcolare concretamente i tempi necessari per recuperare i dati, riattivare i server, riconfigurare le applicazioni e verificare che tutto funzioni: questi tempi vanno testati, non solo stimati.

    3. Non testare mai il piano

    Un Disaster Recovery Plan non testato è solo teoria.

    Senza test adeguati e regolari, il Disaster Recovery Plan diventa un documento teorico, difficile da applicare quando serve davvero. Molte aziende scoprono che il backup è corrotto, incompleto o incompatibile con le versioni software attuali solo quando devono usarlo. I test periodici – almeno due volte l’anno – permettono di verificare che le procedure funzionino, che i dati siano integri, che i tempi di ripristino siano rispettati e che le persone coinvolte sappiano cosa fare.

    4. Sottovalutare i costi del fermo macchina

    Se non sai quanto costa il downtime, non puoi proteggerti davvero.

    Quanto costa all’azienda un’ora di inattività? Molti imprenditori e IT Manager non hanno una risposta precisa. Eppure calcolare questo valore è fondamentale per dimensionare correttamente gli investimenti da fare. Bisogna considerare non solo la perdita di fatturato diretto, ma anche i danni alla reputazione, le penali contrattuali, le sanzioni per mancata conformità normativa (come il GDPR), i costi di recupero straordinario. Solo quantificando l’impatto reale del fermo macchina si può valutare se il DRP attuale è adeguato o se servono soluzioni più performanti.

    5. Affidarsi a un solo sito per il backup

    Un unico sito di backup significa un unico point of failure.

    Conservare tutte le copie di backup nello stesso data center o nella stessa sede espone l’azienda al rischio di perdita in caso di disastro localizzato. La ridondanza geografica è essenziale: le copie devono essere distribuite su siti fisicamente distanti, attraverso servizi di disaster recovery con replica automatica tra diversi data center, per garantire che i dati siano disponibili anche in caso di evento critico su uno dei siti. Mantenere i dati su più location in Italia è un requisito fondamentale per un DRP solido.

    6. Non definire le priorità di ripristino

    Non tutti i sistemi hanno la stessa criticità.
    In caso di emergenza, bisogna sapere quali applicazioni vanno riattivate per prime e quali possono attendere. Un Disaster Recovery Plan efficace assegna priorità chiare: il gestionale va ripristinato prima del sito web istituzionale, la posta elettronica prima del sistema di archiviazione storica. Senza questa gerarchia, il rischio è di impiegare tempo prezioso su sistemi secondari mentre quelli critici restano offline.

    7. Trascurare la documentazione e i ruoli operativi

    Nel caos di un’emergenza, l’improvvisazione è il vero nemico.

    Il DRP deve indicare con precisione chi fa cosa, con quali strumenti, in quale ordine. Serve un elenco aggiornato di contatti (fornitori IT, referenti privacy, tecnici esterni), procedure operative dettagliate, credenziali di accesso ai sistemi di backup, schemi di rete e configurazioni. Questa documentazione deve essere accessibile anche se i sistemi principali sono fuori uso, quindi conservata in formato cartaceo o su piattaforme cloud indipendenti.

    Come costruire un Disaster Recovery Plan efficace

    Un Disaster Recovery Plan efficace non si limita alla tecnologia, ma parte da una valutazione concreta del rischio e dell’impatto sul business. L’obiettivo è garantire la continuità operativa definendo in anticipo cosa fare, in quali tempi e con quali risorse.

    Il primo passo è identificare le risorse critiche: applicazioni, dati e sistemi senza i quali l’azienda non può operare. Su questa base vanno definiti RTO e RPO realistici, coerenti con le esigenze di business e sostenibili dal punto di vista tecnico ed economico.

    A questo punto è necessario progettare una strategia di backup e disaster recovery che rispetti la regola del 3-2-1, includa copie off-site e preveda ridondanza geografica. Ma soprattutto, il piano deve essere testato regolarmente: un DRP che funziona sulla carta non è sufficiente.

    Infine, è fondamentale coinvolgere le persone: chi interviene deve sapere esattamente cosa fare, con procedure chiare e accessibili anche in caso di indisponibilità dei sistemi principali.

    Checklist operativa per un Disaster Recovery Plan

    Per verificare se il tuo DRP è davvero efficace, puoi partire da questa checklist:

    • Identifica tutti i sistemi e dati critici per il business
    • Definisci RTO e RPO per ciascun servizio
    • Esegui i backup secondo la regola del 3-2-1 (con almeno una copia off-site)
    • Distribuisci i backup su più sedi geografiche
    • Effettua test di ripristino periodici (almeno 1-2 volte l’anno)
    • Stima il costo del downtime per guidare gli investimenti
    • Decidi una priorità chiara di ripristino tra i sistemi
    • Assegna ruoli e responsabilità operative
    • Aggiorna la documentazione e rendila accessibile anche offline
    • Affidati a infrastrutture o provider con monitoraggio e supporto continuo

    Disaster Recovery Plan: la strada per non commettere più errori

    Un Disaster Recovery Plan efficace richiede competenze, infrastrutture affidabili e tempi di risposta compatibili con le esigenze del business. In questo contesto, affidarsi a un provider cloud e ICT italiano come Vianova consente alle imprese di costruire un DRP solido su basi concrete:

    • data center in Italia con ridondanza geografica
    • servizi cloud progettati per garantire la disponibilità dei dati
    • connettività con banda garantita
    • SLA chiari sui livelli di servizio.

    A fare la differenza è anche la componente operativa: supporto tecnico con persone reali, tempi di risposta rapidi e un presidio costante delle infrastrutture.

    Elementi che permettono non solo di prevenire le criticità, ma di gestire in modo efficace ogni fase del ripristino, riducendo l’impatto sul business e assicurando continuità operativa anche nelle situazioni più complesse.

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