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Il 60% delle imprese sposta i dati sul Cloud italiano ed europeo

tempo lettura: 3 minuti
11 giugno 2026
| Tech & Innovazione

Sommario

    Una delle priorità delle aziende nel 2026? Riportare i dati su Cloud italiano ed europeo per ridurre la dipendenza da fornitori IT extra europei. I motivi principali di questa scelta, sono le tensioni geopolitiche internazionali, normative statunitensi come il Cloud Act e le minacce continue del presidente americano Donald Trump.

    A segnalare il trend in corso, è un approfondimento pubblicato dal quotidiano economico ItalyPost che evidenzia come la scelta del luogo dove custodire i propri dati stia diventando sempre più strategica per le aziende.

    Fiducia ridotta verso gli USA: il cloud italiano è una necessità

    Nell’occasione la giornalista di Italy Post Lidia Baratta, ha intervistato anche il Sales & Marketing Manager di Vianova, Nicola Di Giusto, evidenziando come lo scenario geopolitico stia spingendo moltissime realtà a riconsiderare i propri partner tecnologici d’oltreoceano e ad attivare procedure per il reshoring (il rimpatrio dei dati):

    «Le imprese che fino a poco tempo fa utilizzavano Microsoft o Amazon cominciano a chiamarci perché sono preoccupate per la situazione geopolitica. E alcune di queste hanno già spostato la loro infrastruttura cloud nei nostri data center italiani».

    Una reazione diffusa e già evidenziata da studi del Politecnico di Milano e di aziende di consulenza come McKinsey: le aziende scelgono sempre più soluzioni di cloud ibrido per unire prestazioni e sicurezza.

    I motivi del “rimpatrio” dei dati

    Rischio normativo: il Cloud Act americano

    Se fino a qualche anno fa gli Stati Uniti venivano considerati l’approdo più sicuro e stabile per il business, oggi l’imprevedibilità politica e normative stringenti come il Cloud Act americano sollevano forti dubbi sulla tutela dei patrimoni informatici europei. Questa legge, infatti, obbliga i provider statunitensi a consegnare le informazioni degli utenti alle autorità USA in caso di necessità, esponendo a potenziali vulnerabilità anche brevetti e design del Made in Italy. La scelta di un Cloud italiano protegge le aziende da queste minacce.

    Rischio fisico: le infrastrutture come bersagli di guerra

    A spaventare gli imprenditori non sono però solo le riforme legislative, ma anche i rischi fisici derivanti dai conflitti globali. I recenti attacchi missilistici contro i nodi digitali in Medio Oriente hanno dimostrato che le infrastrutture cloud sono ormai diventate bersagli sensibili equiparabili a obiettivi militari o centrali elettriche.

    Obblighi normativi

    Un altro motivo che spinge le aziende verso il reshoring sono le normative europee come il GDPR, il Dora (Digital Operational Relisience Act) e la NIS2 (Network and Information Security). Nessuna di queste norme impone l’utilizzo di fornitori UE, ma richiedono garanzie di sicurezza elevate. Scegliere il Cloud italiano o europeo rende più semplice ottenere la conformità.

    Controllo e capillarità: l’importanza della vicinanza

    Cloud italiano significa sicurezza e assistenza locale

    La sicurezza non si misura più solo in termini di cybersecurity, ma anche di vicinanza geografica e prontezza nell’assistenza. Sapere esattamente in quale “cassaforte” si trovino i propri asset (in questo caso i dati aziendali) e poter contare su un supporto tempestivo da parte di persone competenti è diventato prioritario.

    Nicola Di Giusto fotografa questa urgenza con un paradosso geografico molto efficace:

    «Oggi può accadere che si blocchi un server in Arizona e non funziona più il sistema delle buste paga a Canicattì».

    Per evitare simili criticità, le aziende scelgono la certezza della gestione locale e la chiarezza dei canali di supporto:

    «Nel caso di un malfunzionamento, le aziende vogliono avere il controllo sui propri dati e sapere con chi parlare».

    La strada verso l’indipendenza digitale

    Oltre il cloud-first: l’approccio cloud-also

    I dati raccolti da Axians confermano che il 60% delle imprese sta pianificando o ha già avviato investimenti per emanciparsi dalle infrastrutture extra-UE. Di queste, il 30% preferisce l’Italia, il 20% l’Europa e il restante 50% opta per soluzioni distribuite su più aree per frazionare il rischio. Si sta progressivamente passando dalla vecchia filosofia del “cloud-first” a un approccio “cloud-also”, integrando soluzioni locali e infrastrutture private.

    Il nodo dei software applicativi europei

    Sebbene l’Italia si stia muovendo per diventare un hub digitale europeo grazie a nuovi investimenti nel settore, il divario con i giganti esteri resta ampio e richiede tempo per essere colmato. Il vero nodo strategico per il futuro, tuttavia, non risiede solo nei data center fisici, ma negli strumenti con cui li facciamo funzionare.

    Come conclude Di Giusto:

    «Le infrastrutture ci sono, quello che manca sono i software applicativi europei».

    Senza programmi nativi europei, infatti, il rischio è che, se i governi oltreoceano decidessero di revocare le licenze d’uso, le aziende si ritroverebbero con server vicini a casa ma privi dei software necessari per operare. Una sfida complessa, che Vianova è già pronta ad affrontare al fianco delle imprese italiane.

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